Durante una puntata de ‘La strada dei Miracoli’, è andato in onda uno straordinario servizio dedicato alla cella segreta di Padre Pio, la piccola stanzetta dove il Frate da Pietrelcina ha trascorso buona parte della sua esistenza. Padre Francesco Didio, rettore del Santuario San Pio da Pietrelcina, conduce infatti la troupe della trasmissione all’interno della stanza n.5, la stanza che fu di Padre Pio.

Questa cella fu occupata dal Santo dal suo arrivo a San Giovanni Rotondo, nel 1916, fino al 1943. Entrando all’interno di essa, colpisce immediatamente la povertà dell’arredamento: un letto, su cui campeggia un crocifisso, con accanto un comodino, sul quale sono ancora disposte una statua della Madonna e varie immagini sacre. Di fronte al letto una teca di vetro conserva le pantofole usate da Padre Pio per tutta la vita, e le bombole d’ossigeno che lo accompagnarono fino all’ultimo dei suoi giorni.

E poi un tavolino, due sedie, un inginocchiatoio con un telo bianco sventolato spesso alla finestra come gesto di benedizione per chi attendeva fuori un suo saluto, una piccola poltroncina sulla quale il Santo era solito riposarsi o chiudersi in meditazione, un altro piccolo tavolino all’interno del quale sono oggi conservati i guanti di Padre Pio, e le sue calze intrise ancora del sangue proveniente dalle stigmate. Questa in sintesi era la cella segreta di Padre Pio.

In questa stessa cella avvenne per la prima volta il fenomeno della tranverberazione, un termine tecnico per indicare la trafittura del costato. Un mese e mezzo dopo, sul coro della chiesetta antica, a Padre Pio verranno donate le stigmate, che lo accompagnarono per tutta la sua esistenza terrena, e che tanto furono oggetto di dibattito quando era ancora in vita tra i suoi più strenui sostenitori ed i suoi accaniti detrattori.

E fu in questa cella che per la prima volta, nel 1940, Padre Pio cominciò ad elaborare il progetto della Casa Sollievo, un grande ospedale in grado di accogliere gratuitamente tutti gli ammalati bisognosi di cure, ispirato dalla Carità di Nostro Signore, secondo il principio evangelico per cui in ogni bisognoso c’è Cristo.

Felice Ruffini, sacerdote camilliano, racconta un aneddoto a proposito della cella n.5: “Lo sa che io sto alla cella n. 5 occupata un tempo da S. Camillo? – era la cella degli ospiti”. “Sì”, risposi. E Lui: “Ma non sa una cosa!… che S. Camillo la abitò una sola notte e si fece santo… ed io che vi abito da trenta anni sono ancora un povero diavolo…” e scoppiò in una fragorosa risata, mentre ridandomi la mano da baciare mi salutò dicendo: ‘Preghi per me…’

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