A Prati, nella Chiesa del Sacro Cuore di Gesù, è allestito da tempo il ‘Museo delle anime del Purgatorio’, un luogo sospeso tra vita e morte, che colleziona numerose testimonianze di come i defunti che albergano nel Purgatorio rendono viva la propria presenza ai loro cari lasciando un’impronta di fuoco sugli oggetti toccati.

Dal Belgio proviene la camicia del figlio di una certa Leleux, che ricevette nel 1789 la visita di sua madre (morta) e l’invito ad abbandonare il suo stile di vita dissoluto. Su quella camicia c’è ancora il segno dell’impronta di Leleux, lasciata nel momento in cui l’amorevole madre defunta toccò la spalla di suo figlio, bruciando i tessuti di quella camicia.

A Todi, nel 1731, la badessa delle Clarisse riceve la visita di un abate morto da poco, il quale le chiede suffragi per la sua salvezza. Padre Panzini (l’abate in questione) lasciò un’impronta di fuoco su una tavoletta di legno.

Nel 1781 a Rimini una donna defunta appare ad una parrocchiana chiedendole preghiere per la sua anima. Anche lei lascerà un’impronta di fuoco, questa volta su un libro di preghiere. Gli oggetti citati sono solo alcune delle testimonianze di come i morti chiedano il nostro aiuto per poter abbandonare il Purgatorio e gioire della vista di Dio.

Il museo che li ospita nasce tralaltro in una chiesa che racchiude essa stessa una storia simile: durante un incendio nel 1800 i fedeli presenti videro un’ombra ergersi tra le fiamme, e la sua immagine è rimasta impressa sul muro, di cui restò l’unica parte non annerita.

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